giovedì 5 febbraio 2009

STORIE D'AMORE

Tante volte i pazienti raccontano di storie d'amore finite male, dove si colpevolizzano per cose che hanno fatto, detto, pensato.

Oppure per cose che avrebbero potuto fare o dire o pensare.

La realtà delle cose è che in una storia d'amore si è in due, e se uno sbaglia è perchè sbaglia non lui o lei, ma quel campo di forze che li unisce.

Anche a distanza dalla persona amata, la sensazione di vicinanza o lontananza che uno prova non è legata solo a proprie caratteristiche di personalità o ai propri "difetti". Nemmeno i propri pensieri o le proprie emozioni possono esserlo.

Anche gli alcolisti, quando perdono tutto, nelle costellazioni famigliari si vede che alle volte lo fanno per una persona della propria famiglia (un fratellino non nato?) o - cosa ancora più strana - per qualcuno della famiglia del partner.

L'unica cosa che vale in un rapporto d'amore è la volontà di non sbagliare come prima, di affrontare assieme le difficoltà, di ricominciare da capo con la voglia di tentare altre strade mai tentate prima (una terapia, un cambio di abitiudini, un dialogo aperto e franco). Solo alla fine, dopo aver tentato tutto, ci si può arrendere.

E si può solo farlo in due - uno non basta.

Quando uno se ne va, è la coppia che perde, non il singolo. Entrambi perdono, non il singolo.

Spesso invece c'è la sensazione che lui/lei è nel giusto, che è migliore. E spesso questa è la persona che chiude la porta. Se ne va, e non si può dire niente. Ci si può solo colpevolizzare. E il dolore di non poterci più parlare può fare molto male.

Forse, l'unica via di uscita è pensare che chi se ne va non è così buono come si pensa, e che se ne va perchè il copione della storia d'amore che ha nella testa imponeva che qualcuno lo/la deludesse per poter trarre le conclusione che confermano il copione di vita - che così si autoconferma.

L'unica maniera di essere onesti nella coppia è mettersi sullo stesso piano e ricnoscere come si contribuisce a mantenere questa sofferenza che non è solo dell'altro, ma della coppia.

E alle volte nemmeno questo basta.

E bisogna saperlo reggere.

A coloro che sono in quest'ultima situazione dedico la frase di Oscar Wilde: "Nulla è più reale del nulla" e l'insegnamento dei dialoghi di Platone: preparati a morire.

Alessandro D'Orlando

2 commenti:

  1. Quando una relazione termina, concordo, che non sono i singoli a perdere ma è la coppia che ha perso tutto.
    La parte che fugge, che non vuole chiarire pensa di essere la più forte, quella che ha ragione, quella che non ha sbagliato. Secondo me questo comportamento è sinonimo di "paura". Paura di affrontare a viso aperto l'altro, paura di entrare in contatto con una parte di se che non si vuol vedere. La soluzione più semplice: fuggire.
    Per chi invece non fugge e rimane è dura e sta male. Se però sa di aver fatto tutto il possibile, con questa consapevolezza, può andare avanti, voltar pagina e accettare quello che la vita le propone nuovamente.

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  2. Secondo alcuni il rapporto è un processo di svelamento di sè in cui si scoprono le cause nascoste del dolore.
    Se questo è vero, il rapporto diventa occasione di crescita personale.
    A mio avviso non sempre la persona che "fugge" lo fa per paura di entrare in contatto con una parte di sè che non vuole vedere, ma perchè ha completato quel processo di crescita a cui quel rapporto era destinato.
    Purtroppo non sempre i processi di crescita sono simultanei ed inevitabilmente ci sarà una parte che soffre di più.
    Chi resta, forse, farebbe bene a focalizzarsi non su ciò che ha perso ma su ciò che da quel rapporto ha ricevuto...

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