mercoledì 9 febbraio 2011

Meditare: l'unica tecnica è la Vita

Una relazione che finisce è come una barca che ci getta nel mare in tempesta.


Vuoi respirare, ma annaspi
mentre un onda dopo l'altra ti ributtano dove manca l'aria.


Non sai quando riemergerai, nè per quanto tempo: puoi solo lottare con tutte le forze
istante dopo istante.


E in quello sforzo, mai la rabbia. Solo la determinazione a stare bene, almeno il prossimo istante, i prossimi secondi o i prossimi minuti. Prima dell'onda successiva.


Di giorno o di notte le lacrime posso svegliarti dalle faccende o dal sonno.
Possono emergere panico e immagini dolorose, paure angoscianti, specie per chi ha sofferto di shock di abbandono nell'infanzia, o per chi comunque si era legato anima e corpo, futuro e passato a una persona.


Meglio ancora che cercare l'aria, vale la pena immergersi e rinunciare a respirare.
Andare a fondo nel cuore. Guardare negli abissi dove manca anche la luce, dove sono le fondamenta di ciò che rende terribilmente forte il legame che sta inabissandosi, e dove ci sono i pilastri degli errori commessi: nelle intenzioni, nelle parole, nelle azioni, nel cuore.


Avere il coraggio di rivivere scene penose su scene penose dentro la propria mente.


Di rivedere ciò che non si era visto anche se fa male.
Di sè.
E dell'altro.


Anche dei tradimenti e delle crepe che fin dai primi giorni avvisavano che la relazione stava per scadere - anche nel pieno del suo fiorire.


Attraversare deserti di angoscia, da soli.


Torrenti di lacrime, ovunque, anche mentre si fanno altre cose: la spesa, camminare, lavorare.


E mai, mai fuggire nella rabbia, stando nell'amore. Nell'amore perso di chi ci ha amato, nell'amore che esce dal proprio cuore verso la persona amata che se ne va.


Deserti e abissi, torrenti e fiumi, tempeste e notte fonda.
Senza aria e senza luce.


Reggendo alla claustrofobia di guardarsi allo specchio per vedere le proprie mostruosità.


Proprio quei difetti che come montagne hanno ostacolato e infine distrutto il sentiero che unisce due persone.


E stare solo nell'effetto che ha su sè stessi la separazione.


Non sapremo mai chi è l'altra persona.
Cosa pensa.
Cosa prova.
Dove sta andando e da dove viene.
Cosa deve imparare e cosa non imparerà mai in questa vita.


Non sappiamo il senso di ciò che accade.


Non lo sapremo mai il perchè del Destino.


Che ci unisce e poi ci divide.


Che ci fa incontrare e poi ci separa,
anche contro la nostra volontà.


L'importante è sapere di aver dato tutto.


E' questo l'unica cosa che ci libera.


Tutto quello che potevamo.


E poi continuare a darlo, anche se l'altra persona non la rivedremo più.


Alla fine non possiamo fare altro che amare.


Tanto vale riconoscere questo legame


che ci unisce ai vivi e ai morti,
ai partner avuti e quello presente,
ai figli e ai genitori,


ai presenti e agli assenti.


Forse questo è il senso profondo delle perdite.


Imparare ad essere dei palombari del mare, dei beduini del deserto, delle montagne nella tempesta, dei fedeli nelle avversità, degli uccelli che possono volare liberi oltre alle insidie della terra, delle piante che si fanno mangiare volentieri.


Oltre tutto, oltre il dolore, oltre all'amore, oltre all'angoscia e alla solitudine e oltre all'euforia che di rimbalzo può riportarci su, oltre al buio e alla luce, c'è un ordine superiore.


Incontrare questo ordine superiore: questo rende le separazioni un momento speciale di meditazione quotidiana.


Senza nessuna tecnica.


L'unica tecnica è la vita.


Vivere.













3 commenti:

  1. ...VIVERE....e sorridere dei guai
    così come non hai fatto mai
    e poi pensare che domani sarà sempre meglio...

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  2. .....VIVERE.... perchè lo dobbiamo a noi stessi, alla nostra bellezza e alla nostre bruttezze!!!!!

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  3. .....VIVERE perchè lo dobbiamo a noi stessi; perchè andiamo bene così come siamo con le nostre qualità e i nostri diffetti.

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