lunedì 28 settembre 2009

DIAMO VITA A QUALCOSA A OGNI ISTANTE

In ogni momenti qualcosa esce da noi.
Pensieri, emozioni, parole, azioni, gesti.

Possiamo rendere il mondo un posto peggiore o possiamo renderlo un posto migliore.

Dipende da noi.

Ogni volta è una fatica. é faticoso essere attenti, è faticoso essere responsabili del proprio comportamento.
é faticoso impegnarsi con la terapia, la meditazione, lo studio, la consapevolezza quotidiana e l'intenzione quotidiana.

Alla fine fine per la maggior parte di noi, e per la maggior parte del tempo, solo il dolore ci spinge a cambiare.

Ben venga allora il dolore

Alessandro D'Orlando

domenica 27 settembre 2009

TIRA E MOLLA

La cosa peggiore è fare quello che il cuore comanda.

Alle volte il cuore porta a mettersi in situazioni insostenibili: per il cuore non ci sono regole, tutto è possibile, non ci sono mai prezzi da pagare.

Il cuore ragiona solo in due modi: cerca piacere e evita il dolore. Ma la vita è troppo complessa per lui.

Senza una coscienza lucida, la vita in balia del cuore diventa un inferno. E la trasformiamo in un inferno anche per gli altri.

La coscienza deve stabilire la direzione sentendo il cuore, ma deve saper dire anche no. Oppure "si, ma con questi paletti!".

Alle volte la strada che sembra la più dura, è quella meno dolorosa sul lungo termine, ma il cuore questo non lo sa.

Conosce solo nel dolore del momento, e solo una coscienza che lo sorregge giorno per giorno può evitare che il cuore si chiuda e si spenga nella disperazione.

Si può piangere ogni giorno per una scelta, ma questa può essere sempre la scelta migliore.

La vita senza cuore è inutile, la vita senza coscienza è un dolore continuo.

Alessandro D'Orlando

sabato 26 settembre 2009

La paura di stare e l'intenzione di stare

L’INTENZIONE DI ESSERCI E LA PAURA DI ESSERCI

Stare vicino a una persona fa paura, specie se si è stati abbandonati, o si è sofferta la mancanza di qualcuno che si amava e che non c'era quando lo si aspettava, o se peggio si è stati aggrediti da chi ci amava e ci doveva proteggere o andava via mentre ci si aspettava che rimanesse.

Alla fin fine siamo stati tutti abbandonati, abbandonati da bambini, o feriti nel corpo o con le parole più e più volte, dallo stesso genitore, o da entrambi: capita ovunque, anche nelle migliori famiglie. Se si ama una persona, si può vedere dentro di lei quella parte bambina, disperata, che piange in silenzio, nel gelo del ritiro, o nella rabbia, o nella disperazione. La si può vedere nella sua cameretta, nel suo piccolo corpo, con il suo piccolo cuore.

E’ una condizione universale: su questa terra ci sono 7 miliardi di bambini disperati che vivono la vita senza che il tempo sia passato da quell'ultima ferita, da quell'ultima cicatrice, da quel momento in cui qualcosa si è rotto nel cuore. Emotivamente l’umanità è restata piccola, molto piccola.

Se si ama una persona, quella parte la si può vedere anche dentro di sè.

Quella parte è fatta di no, di chiusure, di cinismo, di freddo o di distruttività.
Difende dall'abbandono: l'ennesimo abbandono. O dall’aggressione, l’ennesima aggressione.

Così si vive nella paura, scappando dalle relazioni prima dell'ennesima ferita. Fino alla prossima relazione, o sempre nella stessa, ma con uno o più amanti.

Se si ama una persona bisogna vedere quella bambina, quel bambino, in sè e nell'altra persona, amarla, starle vicino, ma rispettando quelle che sono le scelte che quel bambino o quella bambina decidono di fare su quel dolore, su quel pianto, su quel freddo.

E potrebbero non essere scelte sempre sagge o costruttive.

E’ deleterio per il cuore una coscienza che lo lascia in balia delle paure dell’altra persona, vedendo solo il bambino addolorato dell’altro, e non la sua freddezza, il suo egoismo, il suo cinismo che da quel dolore emergono. “In fondo lei o lui è così buono, è così buona”…. No! nello stesso tempo è anche maledettamente sadica.
Così, avere paura in una relazione è normale: il cuore è fragile e più serio diventa il legame più la paura cresce, perché la vicinanza rende anche più facile la ferita dell’abbandono o dell’attacco.
Alcuni soffocano la paura lavorando. Altri scappando. Altri lottando contro chi amano.
Pochi restano fermi in ascolto, come fanno gli erbivori quando fiutano un predatore vicino: con attenzione e intuito.

C'è solo un modo per gestire la paura: avere una coscienza che sa sostenere il cuore con l'intenzione di esserci e che sa regolare la distanza dell’altro, sapendo gestire la lontananza e la vicinanza, senza chiedere al legame di essere sempre al 100% o “aderente” e sorvegliando affinché non diventi troppo “lasco”. Ci vuole una coscienza che sa fermare gli attacchi dell’altro e nello stesso tempo che sa far entrare il buono dell’altro nel proprio cuore. Vedere dentro di sè una forza, un sentimento per cui vale la pena lottare, e lottare per essa è vitale per l’anima, invece aspettare che quella forza risolva tutto da sé è una delle illusioni che più addormentano la coscienza (la coscienza viene così addormentata dalle credenze errate, mentre il cuore dalle emozioni distruttive). Se non si lotta, se si rinuncia, quella forza è sprecata per sempre, e la sua energia può diventare distruttiva.

Bisogna essere all'altezza dei sentimenti che si provano, saperli contenere, saperli guidare e proteggere: se non lo si fa, diventano veleno nel cuore. Accade così anche ai bambini: se non li si sa guidare, consolare, incoraggiare, limitare, crescono come spine nel fianco in una famiglia che deve ancora fare i conti con il mondo delle emozioni e degli affetti, così tanto temuti. Abbiamo tutti spine nel cuore, abbiamo tutti i nostri “no”, abbiamo tutti dolori oltre i quali non permettiamo ancora a qualcuno di entrare. Eppure la vita ha senso solo se ce ne assumiamo la responsabilità, se decidiamo di affrontare queste paure, se decidiamo di affrontarle con la persona che amiamo, per la persona che amiamo. Se non lottiamo fino alla fine per quella persona, forse ce la porteremo dietro per molto, troppo tempo. Non è un male avere limiti nella capacità di amare, non è un male ritirarsi, né attaccare, né disperarsi: è un male giustificare tutto questo, o credere tristemente che sarà per sempre così. Così, se a qualcuno non basta come ami, chiedigli se se la sente di smettere di accusarti e temerti chiedigli di stare dalla tua parte e di aiutarti, e fai qualcosa per crescere assieme a quella persona. Se ti accorgi che non riesci a fidarti del tutto di quella persona, parlaci e cerca di aiutarla a andare oltre i sui limiti. Se parlare non serve, resta in silenzio consapevole di tutti questi limiti e agisci semplicemente senza parole. E se in questo agire silenzioso, in questo dolore, a un certo punto ti accorgi che hai pulito il tuo cuore, ma che fuori ancora non cambia nulla, allora decidi se ha senso restare. Non è un male avere difficoltà: è un male non farsi aiutare a risolverle. Non è un male avere limiti, è un molto rischioso invece pensare di farcela da soli – o con metodi “fai da te”, come gli amanti. Da soli non possiamo fare nulla. Non è un male avere paura: è un male lasciare che questa paura paralizzi e vinca l’intenzione di esserci e di continuare a lottare e soffrire e crescere e vincere. Assieme.

Alessandro D’Orlando






mercoledì 23 settembre 2009

INSODDISFAZIONE

L'insoddisfazione è un fuoco sacro, diceva Krishamurti.

Senza non c'è spinta al cambiamento, non c'è forza nè energia per crescere e cambiare.

Essere insoddisfatti delle relazioni che si vivono, del lavoro che si fa, del proprio modo di vivere la vita: questa insoddisfazione è la spinta della pianta che esce dal seme nella terra.

Lascia che cresca, non cercare si soffocarla: benedici l'insonnia, l'ansia, l'angoscia, il vuoto e il dolore e delicatamente lascia che arrivi la comprensione di come trasformare questa insoddisfazione per diventare tu il cambiamento che vuoi vedere all'esterno.

Non insistere perchè l'altro cambi.

"Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo", diceva Gandhi.

Solo così l'insoddisfazione non diventa arroganza o cinismo.

Guardati dentro e riconosci che ciò che ti limita è un riflesso della tua anima.

Che non sono gli altri limitati.

La tua anima è limitata.

Limitata da pensieri ed emozioni che la vita ti ha lasciato in eredità dalle centinaia di generazioni prima di te.

Smetti di sognare ciò che vuoi e guarda a questi limiti:
altrimenti i sogni addormentano la tua insoddisfazione

e torni a dormire.

AD

ANDARE E VENIRE

L'amore è fatto di confini e prese di posizione, il cuore ha bisogno di confini e di prese di posizione. Ha bisogno di frasi come "andiamo assieme laggiù...", oppure "ti darò forza per fare quello che serve...", oppure "starò con te se e quando ne hai bisogno...", "se avrai paura ci sarò...", "se avrai freddo ci sarò...", "se soffrirai ci sarò...", "ora ci sono...", oppure "ti seguirò anche all'inferno"....

Un cuore che non può contare su una coscienza così, una coscienza che mette limiti e confini, una coscienza che guida e aiuta; se ha a che fare con una coscienza che va e viene a seconda di come riesce, di come si sente, dell'energia che di volta in volta ha, è un cuore disperato.
Uno che soffre di attacchi di panico ha un cuore disperato: la coscienza non sta con la paura del cuore, sta su una sedia di tribunale e giudica e sentenzia.

Chi ha avuto genitori così da bambino, genitori che giudicavano e basta, o solo che andavano e venivano (ad esempio genitori depressi), da adulto non riesce e contenere il proprio cuore, a dirgli: ci sono sempre per te. E non può farlo nemmeno con un altro. E nemmeno in un rapporto di coppia. Non riesce a restare, riesce solo a giudicare, o a andare e venire.

Così si va e si viene, in base a come ci si sente e a come è l'umore del momento, senza andare a fondo e senza voler capire veramente cosa si sta vivendo. Stare in un rapporto significa alle volte soffrire, ma anche esserci nel dolore è amore, perchè l'amore è attenzione, non è un dolce miele.

Un legame così, fatto di andate e di ritorni, genera disperazione.

Il legame c'è o non c'è: anche il legame intermittente non c'è - la sua presenza è una illusione.
Se uno soffre in questa illusione e dice "soffro", l'altro può sempre dire "ma io ci sono", negando così la sua assenza. Ma resta il fatto che il legame c'è o non c'è.

Così, se stai in una relazione dove senti che l'altro va e viene, semplicemente vivi questa disperazione, comunicala, cerca di condividerla: ma se senti che non è capita, allora rifletti sul fatto che forse, la persona che hai davanti è più disperata di te, perchè la sua disperazione nemmeno la vede, e si limita a recitare passivamente il ruolo del carnefice così come una volta è stato vittima in casa sua.

Tu sei lei, e lei è un suo genitore probabilmente.
Lei in te rivive all'esterno la sua disperazione, e così se ne libera provvisoriamente.
Tu in lei puoi rivivere la tua disperazione che provavi con i tuoi genitori - con tua madre più probabilmente.

Così, nell'andare e venire, ciascuno riattualizza qualcosa del suo passato, e può tornare a ricordare.

E liberarsene.

O tornare a dimenticare.

E ripetere all'infinito lo stesso dolore.

AD

lunedì 21 settembre 2009

RELAZIONI DA CUORE A CUORE

Nella PNL non esiste quello che nella psicologia umanistica si chiama "la parte più autentica di sè stessi". Almeno per quello che Bandler diceva.

Oggi dopo anni di terapia personale, posso dire che esiste qualcosa che è la parte più autentica, e libera dal carattere. Non è facile contattarla ogni giorno, ma è poossibile starci sempre più spesso, e questo è l'obiettivo principale di ogni psicoterapia.

Essere davanti a qualcuno, fargli sapere come stiamo senza fingere, e cosa pensiamo, ma soprattutto cosa sentiamo a livello di emozioni.
E permettere all'altro di rimadarci il suo senitire.
E stare in questo dinamismo di una relazione IO-TU, come la chiama Martin Buber.

Non è facile. Significa diventare esseri umani, ma non è da tutti, nè una volta per tutti.

Ci vuole coraggio, pazienza, fiducia e costanza e la capacità di sopportare milioni di cadute.

Ma ogni volta che questo contatto si realizza, tutto ha un senso nuovo e profondo. E la vita assume un altro significato.

AD

venerdì 18 settembre 2009

Le relazioni sono semplici

Alla fine fine, se c'è un insegnamento che uno apprende dal lavoro con le costellazioni familiari, è quello di imparare a sentire l'altro, sia esso presente o meno.

E' possibile sapere se ci è vicino, se ci è lontano col cuore, anche il momento esatto in cui avviene uno stacco.

E' possibile anche avere la percezione di un "movimento energetico", che descrive, nell'arco di pochi minuti o pochi giorni, quello che è lo schema di relazione di quella persona con il mondo e con noi in particolare.

Quella persona scappa sempre, o resta attaccata? Si attacca e poi scappa, con che frequenza? E in che misura?

Così, fenomenologicamente, si può già capire come saranno i giorni a venire in una eventuale relazione con quella persona - facendo attenzione a questa semplice regola: le persone non cambiano.

Si potrà quindi evitare di cadere nella solita trappola: confido che cambierà...
In realtà pochi cambiano, e solo dopo un trauma vissuto con consapevolezza, o una terapia personale.

Per il resto, come diceva Gurdjeff, siamo solo dei burattini.

Alessandro D'Orlando