martedì 21 aprile 2009

Passaggi obbligati

Passaggi obbligati

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Inserito da Redazione lunedì 22 settembre 2008

Qualche tempo fa, riflettendo sulla mia vita, sulle mie aspettative e sui miei desideri e valutandone successivamente l’effettiva realizzazione, sono giunta ad un’illuminazione o “insight”, come diciamo noi psicologi: per essere felici in 3, bisogna prima essere felici in 2 e ancor prima essere felici in 1 solo.

Ora spiego meglio cosa intendo: per formare una Famiglia (il 3) bisogna prima formare una coppia.

Per concretizzare una vita di coppia davvero felice (ciò che io chiamo 2) bisogna prima riuscire a vincere le proprie nevrosi e completare un certo percorso, diverso per ognuno di noi, di crescita e sviluppo personale, di conoscenza di chi siamo e dove vogliamo andare e soprattutto di cosa siamo disposti ad investire nel mondo delle relazioni e di che cosa siamo pronti a ricevere. Solo se sei la Regina del tuo regno puoi trovare il tuo Re, la principessa non può governare un regno, la principessa continua a trovare principi.

Allora la maturità per me è sentirsi principessa e affrontare le prove necessarie per diventare Regina, un percorso obbligato che da senso alle mie scelte e mi da la forza di accettarne le conseguenze (questo per me è l’1).

Una volta conosciute le proprie nevrosi, per esempio, si possono adottare comportamenti diversi dal solito, in modo da “guarirle” o almeno “aggiustarle”, evitando così di trascinarle all’interno della coppia.

Tutto ciò certo non basta per far funzionare una coppia, ma aiuta: se gli ingredienti sono buoni e sani, anche la pietanza può essere cucinata bene, sta ai cuochi farne un buon uso e se questo avviene ci sono i presupposti per l’amato 3….

Daniela Marega

Un’altra testimonianza

Un’altra testimonianza

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Inserito da Redazione sabato 20 settembre 2008

Questo pomeriggio ascoltavo per la centesima volta una canzone ma devo aver prestato più attenzione alle parole (forse ero più in ascolto) e l’ho collegata al tuo articolo sull’anormalità e mi è venuta voglia di condividere questa mia riflessione.
La canzone dice (tra le altre cose) ……che noi siamo preoccupati dei pericoli che arrivano dalla strada, dalle guerre, ecc ma il vero pericolo è quello di non sentire più niente…….. e poi continua.
Quasi tutti noi viviamo di corsa, sempre avanti, mai fermarsi, lavoro, divertimenti, viaggi, ecc. ecc. una giostra che gira, gira senza fermarsi.
Perché fermarsi vuol dire cominciare a sentire quello che proviamo, quello che ci manca (e che riempiamo di cose da fare, di cazzate), cosa abbiamo veramente bisogno.
E allora solo chi ha coraggio si ferma, si guarda dentro e comincia a lavorare su se stesso.
Sia che lo faccia con terapie di gruppo o individuali, sia che lo faccia da solo, comincia un percorso sconosciuto, spesso impervio fatto di tante salite, tanti ruzzoloni forse qualche discesa, dove verranno versate molte lacrime, ma saranno lacrime per se stesso che serviranno, come fossero delle lenti particolari, a guardarsi dentro, a vedere di cosa hai veramente bisogno.
Molto probabilmente non ci vuole solo coraggio, ci vuole un po’ di “incoscienza”. Ben venga se serve a far venir fuori una persona “autentica”, “vera”, che vive quello che sente con libertà senza pensare a quello che gli altri possano pensare solo perché sceglie di passare un pomeriggio a lavorar su te stesso.
Grazie per quello che scrivi, magari non subito (almeno x me) ma serve per riflettere
A ……. quando ci vediamo
F.

Vivere morendo e morendo per vivere.

Vivere morendo e morendo per vivere.

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Inserito da Redazione giovedì 18 settembre 2008

Vivere morendo e morendo per vivere.
Siamo condannati a costruire, qualsiasi cosa facciamo.
Costruiamo ogni giorno relazioni affettive, professionali, oggetti e idee. Il nostro esistere lascia così una inevitabile traccia nel tempo, dietro di noi, e produce – volenti o nolenti – conseguenze che ansiosamente sappiamo che non potremo mai prevedere del tutto o controllare.
Così siamo tentati di rendere i nostri passi sulla sabbia sempre più leggeri e felpati: potremo così impedire a qualcuno di seguirci, potremo dileguarci efficacemente quando la situazione si fa insostenibile, potremo forse ritornare sui nostri passi una volta scoperto l’errore senza accorgerci – noi stessi o gli altri - nemmeno dell’entità dell’errore dalle nostre tracce.
Così le scelte di dove vivere, con chi, con quale lavoro e le filosofie di vita inseguite divengono sempre più evanescenti come le nostre orme: tutti e tutto possono sempre più essere scambiati con tutti e tutto il resto, in un Universo di contatti sempre più fugaci e meno intensi.
Ma come dimostra il successo delle storie con gli eroi al cinema e nella letteratura - la scelta irrevocabile, di un punto di non ritorno, di un atto dalle incancellabili conseguenze – la scelta di camminare pesanti sulla sabbia, di legarsi per sempre a qualcosa o qualcuno – la scelta di puntare i piedi e mettersi in gioco completamente a ogni costo – tutto ciò continua ad evocare in noi un fascino lontano e irresistibile e ci porta ad ammirare chi dimostra di saperlo fare.
Nel profondo sappiamo che vivere un’esperienza fino in fondo, con convinzione, accettando le conseguenze senza recriminazioni, senza “se” e “ma”, pagandone l’intero prezzo, anche se questo rischiasse di implicare la morte, la malattia, l’infelicità più profonda, la follia: ciò dimostra forza e apporta forza all’Anima, ma è una strada per i pochi che scelgono di andare oltre la cultura moderna e la sua arrogante razionalità.
In un’epoca di razionalità, l’unica strada sensata è quella dell’”Uomo dell’organizzazione” come direbbe William White nel suo omonimo libro, sempre meno imprenditore e sempre più manager anonimo di una macchina pre-impostata.
L’unica strada è quella dell’amore promiscuo e del tradimento (dei vari menage a tre o più o degli exchangers, che cercano sollievo da una fedeltà che appesantisce ed amplifica le sofferenze e le paure individuali).
L’unica strada veramente razionale è quella dell’azionista pronto a investire sul prodotto migliore ma anche a disinvestire con la massima rapidità – e non importa se questo prodotto è la persona “che amiamo” (sempre più sostituibile nel mondo di Internet e degli sms), un lavoro (ad affitto e comunque flessibile), un oggetto (che il leasing sostituisce sempre con uno più nuovo), un’idea (che si mescola nei relativistici discorsi alla De Filippi), una emozione (che cambia con un pulsante del telecomando), una sensazione fisica (che cambia con una pastiglia).
L’unica strada razionale è quella di puntare ad essere il più comodi possibili, di soffrire il meno possibile, di ottenere il massimo dalla vita con il minimo sforzo, calcolando accuratamente tutti i rischi.
L’unica strada razionale è anche mentire o tacere delle cose importanti: assicura onori, denaro e potere, sicurezza, salute, gloria davanti al mondo e lunga vita.
E poi c’è la strada completamente irrazionale.
Quella di chi sceglie di dire la verità è per il quale ogni ora di vita o di felicità è per questo regalata.
Quella di chi sceglie una persona o un lavoro per sempre, con convinzione, con la mente che, ascoltato l’impulso del cuore, dichiara al mondo la sua intenzione, anche se poi questo significherà dolore e sofferenza.
Quella di chi può rimanere spezzato nell’anima, nel cuore, nella mente o nel corpo se le cose non vanno poi nel giusto verso: povertà, malattia, follia, morte, solitudine e i mille fantasmi che accompagnano quello che è anche un viaggio dell’orrore verso l’ignoto del futuro.
Così, logicamente parlando, si perde la propria vita: perdendo i propri sogni anziché creandone di nuovi, rinunciando ai propri obiettivi anziché resistere nella lotta, rinunciando ad una lunga e salutare esistenza fisica, alla piena felicità emotiva permanente, alla soddisfazione della mente nutrita da incontri, idee e persone interessanti e sconosciute, rinunciando alle gioie dell’anima che un quadro, una meditazione, una guida possono dischiudere dietro alla prossima curva.
Vivere così, con la morte dentro, con la fine di tutto sempre imminente: la fine del corpo, la fine degli affetti, dei sentimenti e della gioia, la fine delle proprie meravigliose doti intellettuali e delle proprie idee, la fine della salvezza della propria anima sempre in corsa verso il paradiso, lontano dall’inferno.
In tutto questo non c’è più niente di razionale: la distruzione è probabile quanto e forse più della costruzione, il dolore quanto e forse più della gioia, la morte quanto e forse più della vita, il ripudio e la miseria materiale e spirituale quanto e forse più del successo.
C’è un detto Zen che dice: “Quando il tuo arco si è spezzato ed hai lanciato la tua ultima freccia, allora lancia, lancia con tutto il tuo cuore”…. mettere il cuore in ogni relazione e in ogni cosa, sapendo di poter morire per ogni relazione e ogni cosa. E giocare tutto quello che si ha, fino alla fine – sapendo che si potrebbe perdere tutto prima ancora di aver iniziato a giocare e di aver capito come si gioca, restando con il becco di un quattrino – soli e derisi - nel pieno delle proprie energie e della propria vita[1]: forse anche così l’anima ritorna davanti al Mistero della Morte e della Sofferenza, con la possibilità – e solo grazie alla Misericordia (come direbbero i Cristiani), o la fortuna (come direbbero forse gli stoici) – di aprire il Cuore ad una profondità che, forse, alcuni tra noi non potranno mai conoscere.
Alessandro D’Orlando


[1] E forse il gioco d’azzardo è anche l’ingenuo surrogato di questa scommessa spirituale…

Video breve e poetico sul pensiero

Video breve e poetico sul pensiero

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Inserito da Redazione giovedì 11 settembre 2008

copia indirizzo e vai su:
http://it.youtube.com/watch?v=yMMM_9oSTxY

domenica 19 aprile 2009

L’anormalità della normalità

L’anormalità della normalità

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Inserito da Redazione sabato 6 settembre 2008

Ho sempre incontrato tante persone e colleghi, e pure il sottoscritto si include in questo gruppo, che si chiedono se è normale dedicare fine settimana, migliaia di euro, lacrime e sudore e serate alla crescita personale (terapie di gruppo, corsi sul carattere, sul respiro, sulla meditazione...).

Mi ricordo che una domenica guardavamo da una finestra sul centro di Trieste le persone che camminavano placide, mentre noi da lì a poco avremmo ricominciato con una sessione di body work (tradotto: lavoro sul corpo che fa pingere e ricordare eventi ed emozioni rimosse ....). Ci chiedevamo che senso aveva lavorare per soffrire, e poi lavorare per sistemare la sofferenza che la terapia faceva resuscitare...

Oggi, vedendo cosa succede nel mondo e vicino a me - uso maniacale e distruttivo dell'energia sessuale, disconoscimento del valore delle persone sul piano umano o professionale, ambizione cieca e ingordigia, menzogna sulle verità a livello sociale o personale, sadismo verso i più deboli ... - capisco che la normalità è una conquista.

Sotto una apparente calma, nella vita privata di ognuno di noi si casconde un caos.

La coerenza tra la vita privata e sociale,

tra i pensieri e ciò in cui crediamo e le emozioni e le azioni che compiamo ogni giorno,

questa coerenza non è comune: è straordinaria.

Essere semplici come può sembrare che siamo, quando passeggiamo in una bella giornata di sole in una strada qualsiasi del mondo sorridendo,

questa è una conquista - e semplice non vuol dire facile.

Ed essere ciò che pensiamo e diciamo e vogliamo essere non è una partenza: è un arrivo.

Amare la nostra vita e il mondo così come sono non è scontato: è un dono miracoloso.

Essere umani in un corpo da essere umano non è un regalo della nascita: é frutto di una fatica erculea.

Ben vengano allora i corsi e le lacrime e le ore perse... quel che resta - secondo me e le persone che lavorano su di sè - non è un sorriso divertito di una bella giornata - pur facendo esso a piano titolo parte della vita di ogni essere umano ! - ... ciò che resta è - anche con gli occhi rossi e con un senso di spossatezza - un senso di pace, di coerenza, di umanità e la sensazione di giudicare molto meno sè stessi e gli altri.

L'anima ha probabilmente i temi di evoluzione delle galassie: ben vengano allora tutti i corsi e i percorsi che la sostengono in questa passeggiata che a volte attraversa il deserto.

Alessandro D'Orlando

Radici e frutti

Radici e frutti

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Inserito da Redazione lunedì 1 settembre 2008

Spesso mi sono chiesto a cosa servono i sogni: averli o no? Indeboliscono o rafforzano?

Oggi sento che i sogni sono come una guida: rappresentano ciò che sono i nostri desideri più profondi.

Non seguirli significherebbe perdere l'esperienza di vivere in maniera coerente ciò che si è. Un sogno che si manifesta come sciocco dopo un lungo viaggio è meglio di un sogno mai vissuto.

E meglio del sogno sciocco è il sogno che nasce dalla meditazione, dal raccoglimento in se stessi e dalla percezione della vita nella sua interezza - la nascita, la morte, la vecchiaia, la malattia, la sfortuna, il Male e il Bene, l'Amore e la Perdita.

Allora il sogno può essere al servizio della vita.

Vivere solo di sogni e della propria preziosa unicità porta alla follia, al delirio e alle allucinazioni: è un misero ritiro narcisistico, verso la psicosi, direbbe Erich Fromm.

Vivere a contatto della realtà esterna senza percepire la propria preziosa unicità porta all'alienazione: tutto si riduce a semplici oggetti senza significato, come nel libro La Nausea di Sartre (1).

Allora diamoci l'occasione di sognare, ma ancoriamo i sogni alla terra con il raccoglimento: allora siamo un albero con una grande chioma, ma anche con delle fortiradici che possono sostenere questa chioma.

O la chioma (i sogni) potrebbero far crollare l'albero, così come le radici senza frutto non servirebbero alla Vita....

Alessandro D'Orlando

(1) che per S. Grof, scopritore della respirazione olotropica, è rimasto incastrato in una esprienza perinatale di base del II tipo, durante la nascita e il percorso lungo il canale del parto... - v. Psicologia del Futuro, ed. red 2000.

Quanto vale il cuore di un essere umano?

Quanto vale il cuore di un essere umano?

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Inserito da Redazione giovedì 28 agosto 2008

Se le cose sono al servizio del Cuore,

allora non c'è limite al prezzo per un Cuore puro.

La vita stessa, e tutto ciò che ci sta in mezzo, prima e dopo il nulla.

O, per chi ci crede, più vite: lunghissime, o brevissime.

E dentro una vita: soldi, lavoro, carriere e relazioni, ricchezza e miseria, salute e malattia, vittorie e sconfitte, dolori continui e gioie che struggono.

Tutto per arrivare alla fine ad un Cuore che ricomincia a sentire, e non ha paura di questo sentire, seguendolo per le strade più impervie.

Se le cose fossero al servizio del Cuore.

(Ma se anche fosse l'incontrario, anche così renderebbero il loro più nascosto, doloroso e ancora una volta prezioso insegnamento).

Alessandro D'Orlando

martedì 14 aprile 2009

La tua Vision è sana?
















Avere una Vison del proprio futuro, per esempio tra 15 anni, vedere la propria vita in retrospettiva a partire da quell’ipotetico punto nel futuro, ritornare al presente e controllare lo stato di avanzamento verso il proprio obiettivo nella vita,,,, sono tutte operazioni vitali per puntare sul positivo, sulle proprie risorse e accrescere la propria qualità di vita….

C’è solo un problema: da dove nasce la Vision? Dal carattere o dall’essenza? O meglio: in che percentuale il carattere influisce sulla propria progettualità – visto che è impossibile vivere senza carattere!

Mi spiego meglio: per carattere intendo quell’insieme di automatismi mentali, emotivi e di comportamento così come sono descritti da C. Naranjo nel libro “Carattere e Nevrosi”. Essendo meccanismi formatisi entro i primi sei anni di vita, difficilmente una persona pensa che quel suo modo di vedere e di vivere la vita sia non qualcosa di personale e originale ma in gran parte descrivibile in un modello tramandato da generazioni di ricercatori nel campo dell’anima e della crescita umana.
Così avremo ad esempio Vision di un carattere tipo Uno condizionate dalla sua ricerca della perfezione – ossessione a livello mentale - e della repressione degli errori -attraverso impulsi di rabbia “congelata”, che si esprime ad esempio con il disprezzo per le imperfezioni altrui ed un senso di superiorità legata alla propria diligenza, precisione, rispetto delle regole….
Avremo Vision di un Due, in cui l’orgoglio - fissazione emotiva - e la ricerca della dimostrazione dei propri talenti e della propria “abbondanza” - fissazione a livello mentale - portano alla possibile rappresentazione di un mondo dove gli altri non potranno che apprezzare i propri talenti e capacità speciali.
La Vision di un Tre invece sarà forse quella di chi vuole agire in maniera da essere sempre più efficiente, efficace, prestante, così come impongono la fissazione emotiva - la vanità- e la fissazione mentale – l’arte del trasformismo finalizzato al compiacere ed al successo-.
La Vision di un Quattro invece sarà forse inficiata dalle tendenze masochistiche che portano a livello mentale a vedere solo le cose che non vanno e a livello emotivo a sentire soprattutto il proprio dolore per un passato che spesso è oggettivamente di sofferenza.
La Vision di un Cinque potrà invece essere legata alla ricerca di isolamento - a livello mentale - e alla voglia di risparmiare le proprie energie - l’”avarizia” sul piano affettivo è la fissazione di questo enneatipo.
La Vision del Sei sarà invece frutto della sua paura – fissazione emotiva – e della sua ricerca di sicurezza – fissazione a livello mentale?
La Vision di un Sette sarà condizionata dalla sua ricerca di piaceri costante – la gola sul piano emotivo – e la sua tendenza a non prendersi responsabilità e a mentire a sé stesso e agli altri – la fraudolenza sul piano mentale?
La Vision di un Otto sarà influenzata dalla sua ricerca di potere – sul piano mentale – e dalla sua passione per gli eccessi – sul piano emozionale?
La Vision di un Nove sarà invece frutto di della sua indolenza psichica o “il non farsi troppe domande” – a livello emotivo è la sua fissazione – e dalla sua capacità di mantenere lo status quo – a livello mentale?
Quanto Carattere c’è in chi persegue obiettivi di denaro, potere, bellezza, successo, carriera….? Quanto tempo ed energie si possono sprecare per fare questo? Anni? Per poi scoprire che non era lì che si voleva veramente?
Infatti il problema del carattere è che è l’essenza della nevrosi, che Hellinger definisce anche come un “movimento a cerchio” che una persona compie quando sta per avvicinarsi ad un’altra persona: invece di proseguire e completare il contatto ritorna indietro e ricomincia da capo, come nel primo movimento verso la persona amata(spesso la madre): così nessun contatto umano è mai completamente appagante, nessuna strada è mai completamente buona per sé stessi, niente di ciò che si vive a livello di lavoro e affetti scalda il cuore e arriva nell’essenza.
Così il carattere impone una soluzione che Watzlawick definirebbe “come prima più di prima”: più perfezione, più dimostrazione di sé, più successo, più potere e così via, nell’illusione che sarà questo ad avvicinarci al senso della vita, e non quell’ultimo, sacro passo verso il cuore di chi abbiamo davanti.
Quell’ultimo passo, come farlo, è troppo doloroso: risveglia l’antica ferita – “la ferita dei non amati” direbbe Scehllenbaum nel suo omonimo e famoso libro.
Toccare qualcosa di cui si aveva nostalgia profonda, qualcosa che non è stato vissuto abbastanza nel proprio passato, la vita che si è persa senza questo regalo, comporta la capacità di affrontare la disperazione, il senso di vuoto, di impotenza, di terrore, di inutilità… E da soli non si può fare questo.
Non lo si può fare nemmeno lavorando solo per obiettivi: l’amore non è un qualcosa che c’è nel futuro e basta. Non è qualcosa che si può ottenere, né qualcosa per cui lottare: l’amore è nel presente, è ciò che dà senso alle nostre scelte di vita, è ciò che ci circonda: si tratta solo di capire come aprirci ad esso, nutrendocene abbastanza così da poterne dare anche agli altri ed ai nostri progetti – che allora avranno quel cuore che Don Juan raccomanda a Castaneda.
Allora lavorare su una Vision sana significa lavorare anche sul Carattere, affinché il proprio sogno non sia qualcosa che porti lontano dal proprio cuore, in una terra dove non c’è aria né qualcuno da incontrare, in un binario morto alla fine del niente.
Potrebbe essere tardi accorgersene solo alla fine…
Potrebbe essere un vero peccato…

Alessandro D’Orlando

lunedì 13 aprile 2009

NON IMPORTA... RESPIRA

Se senti che non riesci a dormire... non importa, fai attenzione al tuo respiro,

se senti che hai i nervi a fior di pelle... non importa, fai attenzione al tuo respiro,

se senti che stai perdendo il controllo della situazione... non importa, fai attenzione al tuo respiro,

se senti che le relazioni non sono quelle che vorresti... non importa, fai attenzione al tuo respiro,

se senti che ti sta crollando addosso la tua filosofia di vita... non importa, fai attenzione al tuo respiro,

se senti che stai scivolando.... non importa, fai attenzione al tuo respiro,

se senti che sta crollando anche il tuo mondo... non importa, fai attenzione al tuo respiro.

Arrendersi a tutto, prendere tutto così com'è, anche sè stessi, ... solo allora l'azione, il pensiero, l'emozione, se c'è, può avere un senso.

Alessandro D'Orlando

Creato e creatore

Creato e creatore

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Inserito da Redazione sabato 26 luglio 2008

A questo indirizzo potrete leggere un ottimo articolo di Massimo Mazzucco, che parla di creatore e creato, caso e non caso, approndimento inconscio e consapevole e le straordinarie potenzialità del cervello e tanto altro, condensato in poche righe...

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2721

Alessandro D'Orlando

giovedì 9 aprile 2009

L’amore della coppia

L’amore della coppia

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Inserito da Redazione sabato 19 luglio 2008

L’amore nella coppia

Sentire il proprio cuore,

in un silenzio oscuro, lontano dalla fretta e dalla confusione.

Decidere di seguirlo per una strada che non ha mai ritorno.

Sapere che tutto ciò che si 'rischia' del proprio cuore e della propria vita potrebbe essere perso in un istante. Per uno qualsiasi degli infiniti motivi.

Avere la certezza che l’impresa è disperata: il tempo o la morte, l’Altro o il Mondo, annullerà tutto con un colpo di mano improvviso.

E che non ci sarà allora una dolce colpa da cercare, come non ha colpe il Destino.

Sapere di essere comunque soli con il proprio dolore per la perdita e il fallimento. E reggerlo senza cadere nel cinismo e nella chiusura. Rialzarsi, scrollarsi la polvere di dosso e ricominciare.

E nonostante tutto aspettare ancora, ascoltare, camminare giorno dopo giorno fedeli a quello che si sente interiormente e che non è scosso dal dolore che comunque accompagna la ricerca.

Alla fine forse c’è un premio, come nelle parole di questo filosofo francese.

E forse il premio sta già nell’impegno per un’impresa ai limiti dell’assurdo.

Alessandro D'Orlando

ballerini

tratto da Lettre à D. Histoire d’un amour,

di Andrè Gorz

Non voglio più, secondo la formula di Georges Bataille, “rimandare l’esistenza a più tardi”. Sono attento alla tua presenza come ai nostri inizi e mi piacerebbe fartelo sentire. Mi hai dato tutta la tua vita e tutto di te; vorrei poterti dare tutto di me durante il tempo che ci resta. Hai appena compiuto 82 anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Viviamo insieme da cinquantotto anni e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato ancora una volta di te e porto in me un vuoto divorante che riempie solo il tuo corpo stretto contro il mio. La notte vedo talvolta il profilo di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un feretro. Quest’uomo sono io. Il feretro ti porta via. Non voglio assistere alla tua cremazione: non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri… Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. A ognuno di noi due piacerebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo passarla insieme.




martedì 7 aprile 2009

Il modo giusto di fare le cose



Spesso mi chiedo se esista un modo giusto di fare le cose...

qualsiasi cosa.

Poi penso al fatto che ci sono tante tecniche per questo.

Tecniche per persuadere, per convicere, per motivarsi, per contrattare, per gestire lo stress...

Ma quando mi chiedo "A che serve?" resto senza parole.

Mi rendo conto che la domanda finale resta sempre elusa, il confine viene spostato in avanti, la fine delle cose è solo rimandata.

Alla fine faremo sempre errori, ci chiederemo sempre "E se... ", avremo sempre dei rimpianti pagheremo per i nostri fallimenti. Avremo sempre una colpa.

La domanda forse che viene prima del "Come faccio a..." è "Posso reggere alla colpa di non farcela?".

Posso volermi bene anche se sono così come sono?

Anche se non dovessi cambiare mai?

Allora non avremmo così bisogno delle tecniche: probabilmente ci giocheremmo, faremmo più a modo nostro, ci daremmo il permesso di sbagliare, come c'è scritto in questa poesia ( di cui non sono riuscito a individuare l'autore in maniera univoca):

Se potessi vivere di nuovo la mia vita.
Nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igenico.

Correrei più rischi,
farei più viaggi,
contemplerei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei in più fiumi.

Andrei in più luoghi dove mai sono stato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari.

Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto
della loro vita sensati e con profitto;
certo che mi sono preso qualche momento di allegria.

Ma se potessi tornare indietro, cercherei
di avere soltanto momenti buoni.
Chè, se non lo sapete, di questo è fatta la vita,
di momenti: non perdere l'adesso.

Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa dell'acqua calda,
un ombrello e un paracadute;
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.

Se potessi tornare a vivere
comincerei ad andare scalzo all'inizio
della primavera
e resterei scalzo fino alla fine dell'autunno.

Farei più giri in calesse,
guarderei più albe,
e giocherei con più bambini,
se mi trovassi di nuovo la vita davanti.
Ma vedete, ho 85 anni e so che sto morendo.

Una testimonianza sul respiro



Ho incontrato il Respiro circolare alcuni mesi fa e non sapevo di cosa si trattasse con precisione.

Sono sempre stata una persona scettica, dubbiosa soprattutto verso le novità, credevo di andare a degli incontri dove ti “insegnano” delle tecniche per respirare in modo diverso rispetto a quello che facciamo tutti i giorni, per poter riuscire a rilassarti, a stare meglio: devo dire che non è andata proprio così.

Il respiro circolare è stato per me qualcosa di diverso e quello che ho capito e, che fin ora mi ha dato, è un insieme di sensazioni/scoperte ancora parziali, che probabilmente non ho ancora ben chiare, che hanno sicuramente bisogno di maturare, ma che voglio condividere.

La prima cosa che ho appreso è stata la fiducia: fiducia nel lasciare che il respiro lavori per me e, a poco a poco, permetta di rendere visibili lati del mio carattere, del modo con cui ho fin ora affrontato la vita, a me sconosciuti.

Altro aspetto, non meno importante, è stato il non giudicare quello che il respiro faceva venire alla luce ma solo guardalo, osservarlo per quello che e basta.

Quello che ci accade è nel momento presente (qui e ora) è solo questo il tempo che viviamo, che possiamo osservare ed eventualmente modificare.

La vita non è qualcosa di statico, di immutato, di ripetitivo. Siamo noi i primi ed unici che possiamo modificare il suo corso, solo però se lo vogliamo.

Concludendo posso dire che ad oggi il respiro mi ha permesso di :

prendere contatto con una parte di me sconosciuta, inesplorata e nella quale spesso non voglio guardare per paura o perché quello che vedo non mi piace;

avere una maggiore consapevolezza del valore che ho sia per me, sia per le persone che ho attorno e che incontro quotidianamente;

avere un atteggiamento di distacco (non passività) dalle situazioni che accadono, riuscendo a farmi scivolare addosso le cose, per cui vedo quello che accade, lo osservo per quello che è, senza giudizio alcuno;

avere un sentimento di gratitudine verso la vita e per quello che mi ha e sta donando.

Non riesco a vedere e vivere questo continuamente durante la giornata, ci sono ancora momenti di sfiducia, di malinconia, di paura, di rabbia e sono consapevole che il lavoro non è assolutamente terminato, ma sono fiduciosa dei cambiamenti che stanno e possono ancora avvenire per cui in questo momento mi sento solo di dire grazie al Respiro.

(Una partecipante....)

domenica 5 aprile 2009

Sperare fa male

Come sarebbe la tua vita se non ci fosse più la speranza?
Senza la speranza che avremo cibi sani, senza ogm. Un'energia pulita e un ambiente pulito.
Senza la speranza che avremo un giorno la libertà di sapere cosa effettivamente accade intorno a noi, in cui ciò che ci viene detto e scritto e urlato è sincero e disinteressato.
Senza la speranza che nella tua vita qualcosa un giorno cambierà in meglio, che non dovrai più soffrire per i tuoi errori e per i tuoi difetti e le tue mancanze. O per gli errori, e difetti e le mancanze di chi ami o ti sta vicino.
Senza la speranza che la vita domani potrà andare meglio di oggi...
Stare al mondo senza speranza ...
... e allora il mondo ti viene incontro così com'è, esattamente così com'è. Non c'è più il tempo per cambiarlo, per immaginarlo diverso... il mondo e tu in esso emergete alla coscienza così come siete, senza più un movimento nel futuro in cui può esserci un'immagine di ciò che vuoi, o di ciò che temi, ma mai la realtà delle cose.
Forse c'è un grande dolore in questo, il dolore della coscienza che si risveglia da un lungo sonno e che scopre cosa è stato lasciato da troppo tempo in disordine, ma oltre il dolore c'è qualcosa di estremamente importante.
C'è la forza che viene dal crollo delle illusioni, e una grande energia mentale che sa guardare con attenzione e quello che c'è nel qui ed ora.
Da qui si può ricominciare. Soli. Lucidi. Impersonali.
E accade ogni volta, in ogni situazione dove perdiamo la Speranza e restiamo nella Presenza di ciò che c'è.
Forse, vivere senza la speranza è meglio.
Alessandro D'Orlando.

Hamer e l’unità corpo-mente

Non ho trovato fino ad ora nessuna visione della salute e della malattia così ben fatta come quella di Hamer e me ne sono innamorato per tutta una serie di motivi:
a) perché unisce due dimensioni fino ad ora considerate come separate: mente e corpo;
b) trova una correlazione sempre più spesso verificata tra conflitto vissuto dalla persona, area del cervello che si attiva e tessuto del corpo interessato.
c) La sua visione ribalta per molti aspetti la visione medica odierna: si tratta cioè di un nuovo paradigma scientifico, come direbbe il filosofo della scienza Khun: cioè non è conciliabile con altri paradigmi, non può essere capito dall’interno di un paradigma e per affermarsi richiede tempo ed una nuova generazione che lo sposi e la naturale scomparsa dell’establishment che difende il vecchio paradigma dalle posizioni dominanti raggiunte.
d) Rimette al centro del discorso l’essere umano dal punto di vista biologico: si torna cioè a fare i conti con le leggi biologiche dell’organismo, le quali portano alle cosiddette "malattie" le quali sono errori solo nel paradigma oggi dominante che considera sbagliato ciò che non capisce – vecchia abitudine umana.
Ma la visione di Hamer su cosa si basa? Sulle sue 5 leggi biologiche:
1) Un evento improvviso, inaspettato ed vissuto intensamente porta ad una attivazione non solo psichica, ma anche neurologica, in un’area specifica del cervello a seconda del tipo di conflitto, e tessutale a carico dell’organismo.
Tale visione permette di spiegare meglio perché lo stress e gli eventi che ci accadono a casa o sul lavoro possono avere degli effetti molto specifici sul nostro corpo, e non sempre piacevoli.
2) L’attivazione segue un percorso bifasico: in fase di confitto, l’organismo è in una situazione di simpaticotonia permanente e in fase di risoluzione del conflitto in una fase di vagotonia consistente, la quale, prima di cessare, è interrotta da un breve ma acuto momento di simpaticotonia – la crisi epilettoide di Hamer, che può essere una crisi epilettica ma anche una perdita di tessuto o altri fenomeni non sempre evidenti e percepibili chiaramente.
3) A seconda del tipo di tessuto embrionale interessato, avremo sostanzialmente due tipi diversi e speculari di reazione. Tutti i nostri tessuti derivano da tre foglietti embrionali: l’endoderma, il mesoderma e l’ectoderma. A puro titolo indicativo e non esaustivo l’endoderma dell’embrione dà origine al ponte cerebrale, alle ghiandole e a gran parte degli organi interni (pancreas, fegato, stomaco, alveoli polmonari…). Il mesoderma in parte dà origine al cervelletto, alle ghiandole mammarie, alla pleura, al pericardio…. L’altra parte del mesoderma dà origine al midollo cerebrale, allo scheletro, ai muscoli… L’ectoderma dà origine invece alla corteccia cerebrale, alla pelle, ai tessuti di rivestimento di molti vasi interni e della parte iniziale degli orifizi corporei…. Quando un conflitto coinvolge un relè cerebrale dell’endoderma e del mesoderma cerebellare, durante la fase di Conflitto Attivo (CA) avremo una proliferazione cellulare e durante la fase di vagotonia (VA) una degenerazione cellulare o un incapsulamento del tessuto in eccesso. Viceversa per un conflitto che attiva un relè del mesoderma del midollo cerebrale o della corteccia (dell’ectoderma): in CA avremo un assottigliamento del tessuto ed in VA avremo una ricostruzione di tessuto.
È in VA che di solito si notano dei problemi di salute: stanchezza, sonnolenza, febbre, dolore, rigidità e gonfiore sono caratteristiche di questa fase.
Inoltre in VA abbiamo due eventi di rilievo: un edema nella zona del relè cerebrale che in CA era iperattivo e la crisi epilettoide. Entrambi gli aspetti, se non controllati, possono essere in certi casi molto pericolosi – specie per CA trascinati per lungo tempo e per conflitti che prevedono nella crisi epilettoide sintomi significativi.
4) I microrganismi, lungo dall’essere un nemico per il corpo, lo sostengono nella fase di riparazione/risoluzione in VA: i virus ed i batteri servono a ricostruire i tessuti in VA per l’ectoderma – i virus - ed per il mesoderma evoluto – batteri. I micobatteri (per es. la TBC) e i funghi servono in VA per digerire i tessuti sviluppatisi in CA e controllati dai relè del mesoderma cerebellare - micobatteri – e dell’endoderma – funghi.
5) L’ultima legge biologica dice che ogni Programma che inizia da un conflitto ha un senso Biologico specifico. Tale programma va sempre nella direzione di un adattamento dell’individuo all’ambiente o nel senso di assicurare comunque la sopravvivenza della specie.
Un esempio banale?
La congiuntivite è la fase di VA di un conflitto legato al perdere di vista qualcuno. Nella congiuntivite il senso biologico è quello che si perde di vista qualcuno che può essere dimenticato con più facilità nella fase di CA = assottigliamento della congiuntiva. In VA la persona persa di vista ritorna e il tessuto può essere riparato.
Queste 5 leggi permetterebbero di inquadrare tutto ciò che accade ad un organismo: dai foruncoli alle malattie considerate "gravi" fisiche o mentali, con ben altri modi di affrontarle… senza considerare il capovolgimento di molte idee del paradigma dominante su virus, batteri, funghi e molto altro ancora …..
Lungi dall’essere il sottoscritto un esperto sull’argomento, il mio intento in questo articolo è solo quello di portare all’attenzione generale un argomento importante e di cui si parla troppo, troppo, troppo poco e la cui conoscenza può fare, veramente, la differenza nella propria vita.
Alla prossima
Alessandro D’Orlando
Psicologo e psicoterapeuta in formazione in Psicologia della Gestalt
formatore e consulente aziendale
training triennale in costellazioni familiari e sistemiche di Hellinger
Riferimenti:
www.centrodelrespiro.com
www.keyperforming.com

MALE E BENE

Non è possibile trovare la forza di seguire il Bene se non si riesce a guardare il Male.
Solo nella misura in cui si riesce a sostenere la vista del Male diventa possibile lottare per il Bene.
Forse è tutta qui la spiritualità del respiro: ti fa percepire il male dentro e fuori di te, apre dei canali sottili e ti dà la chiarezza per sentire il dolore degli altri, la voce di chi non può parlare, ciò che è vero oltre le mille bugie di massa nelle notizie e nelle immagini che ci rovesciano addosso ogni giorno mille persone impaurite.
E una volta che senti qualcosa, dentro di te non puoi fare a meno di prenderti cura di esso. Trovi la forza per farlo, cambia qualcosa in te, scopri risorse che non avevi, anche il cuore ricomincia a battere, rinunci a cose che non pensavi di poter abbandonare, trovi un significato in quello che fai che ti appaga e ti salva anche dal delirio dell'ego di sentirsi qualcuno solo se lotta contro qualcosa...
Ma è una lotta per il bene, l'ego non c'entra più, e dietro c'è questa chiara visione del male - per quanto difficile possa essere guardarlo, sentirlo...
E come non c'è limite al male in questo pianeta, non c'è limite alle porte della percezione e alla forza del bene e al Servizio che possiamo rendergli.
E alla fine se per controllare un essere umano servono ore di televisione, e per risvegliarlo basta una parola al momento giusto, allora su questo pianeta c'è ancora speranza.
In questo credo.
Alessandro D'Orlando

VITA & CORSI

Probabilmente hanno ragione: ma i corsi semplicemente preparano ad affrontare meglio la vita, perdendo meno tempo nei fallimenti e trovando altre risorse dentro di sè prima che le tempeste della vita mettano irrimediabilmente, come a volte accade, alle strette.
Uno dei miei insegnanti dice anche che la teoria e l'esperienza sono come la padella e il suo manico.
Una padella senza manico non serve a molto, perchè puoi cuocerci qualcosa, ma senza cura nè grandi possibilità di intervento e modulazione del processo di cottura. Viceversa, il manico senza padella è solo un pezzo di ferro inutile.
Si può vivere senza fare corsi, ma è una vita le cui prospettive sono inevitabilmente più ristrette, sia rispetto al mondo fuori che rispetto al mondo dentro....