sabato 14 febbraio 2009

Chi non ha testa ha gambe

é un insegnamento molto importante quello di puntare sulle proprie qualità piuttosto che sui propri difetti nel proprio percorso di crescita personale.
Focalizzarsi su quello che non funziona, su quello che non va in sè stessi (o fuori di sè), non fa che togliere energie.
Qualcuno è brevo nel lavoro e pessimo nelle relazioni personali, qualcuno è bravo a ragionare di logica ma poco di intuito, qualcuno è molto coraggioso ma trascura i dettagli, qualcuno cura i dettagli ma è pauroso, e così via.
Alla fin fine, ogni difetto si può modificare, ma per farlo bisogna puntare i piedi su un terreno sicuro, ed è quello delle proprie qualità più solide.
Così non importa se non sappiamo certe cose, se non siamo all'altezza delle sfide e delle richieste che la quotidianità ci porta. Affrontiamole come possiamo, come sappiamo fare, come abbiamo imparato, e dopo averlo fatto dedichiamoci a strade alternative di azione.
Col tempo sapremo guarire le nostre difficoltà.
Non importa se gli altri vedono in noi i nostri difetti: può darsi che abbiano perfettamente ragione!
Con il tempo sapremo guarire le nostre difficoltà.
E nello stesso tempo non importa del futuro. Il futuro e il tempo sono un concetto astratto. Quello che conta è agire nel presente, anche se gli effetti si vedranno tra un anno, tra 10 anni o 100.
L'azione senza scopo, che nasce dal bisogno di crescere e manifestare la propria ricchezza e il proprio potere personale.
Questo solo conta.

domenica 8 febbraio 2009

STORIE CHE FANNO BENE

Un giorno troveremo una storia, una storia che guarisce.

Una storia in cui metterci tutte le persone che ci hanno ferito, e le situazioni che ci hanno tormentato.

Fino a quel momento, bisogna aspettare e accettare la confusione.

Charles Whitaker ci ricorda che nella vita non ci può essere pace.

Hellinger ci ricorda che ditro il desiderio di pace c'è il desiderio di morte.

Cercare la Vita significa accettare di starci della confusione, nella mancanza di logica, di starci con delle formule che ci lasciano sempre a metà.

Superata una confusione ne troviamo un'altra, e un'altra ancora, all'infinito.

E sono le storie che ci raccontiamo che mettono a posto una confusione, e ci permettono di accoglierne un'altra.

Un giorno troveremo una storia, quando meno ce ne accorgiamo, svegliandoci la mattina.

Si potrà stare leggeri e pronti a un'altro viaggio che richiederà alla fine un altro racconto.

E forse un giorno potremo fare a meno anche delle storie, e stare nel caos senza volerlo ordinare.

Alessandro

I SANTI PREGANO PER STARE MALE

I pazienti cercano di stare bene.

Chi fa i corsi spera di stare bene.

Ma cercare di stare bene significa spesso voler solo continuare a fare la vita di prima. Con gli stessi meccanismi, gli stessi errori, gli stessi meccanismi egoici.

I santi invece pregano per stare male: cercano solitudine, prove, disciplina, rigore, ascolto e raccoglimento. E affrontano l'angoscia di essere sè stessi, di essere così come sono, peccatori nel senso religioso del termine, limitati, finiti, un nulla nell'eternità. Lo affrontano così, da soli. O con fratelli di cammino. Con la Fede.

Ma sempre nell'angoscia.

Reggere all'angoscia, senza colpa di non essere felici, senza compiacimento, senza volerla evitare, significa accedere a spazi sconosciuti.

L'angoscia può anche portare con sè la sensazione di sprecare la propria vita, con il tempo che passa, e che non aspetta.

Ma l'angoscia accellera anche la propria maturazione interiore.

Si può vivere come si vuole non crescendo, o si può vivere un anno come non si vuole, crescendo. Non nel senso capitalistico del termine (l'accumulazione e l'esperienza di per sè non ha senso - è quello che si chiama egotismo), ma con la sensazione che nella propria vita c'è più ordine, un ordine superiore. Un ordine a cui ci si può affidare.

A ognuno ciò che preferisce.

Alessandro

giovedì 5 febbraio 2009

STORIE D'AMORE

Tante volte i pazienti raccontano di storie d'amore finite male, dove si colpevolizzano per cose che hanno fatto, detto, pensato.

Oppure per cose che avrebbero potuto fare o dire o pensare.

La realtà delle cose è che in una storia d'amore si è in due, e se uno sbaglia è perchè sbaglia non lui o lei, ma quel campo di forze che li unisce.

Anche a distanza dalla persona amata, la sensazione di vicinanza o lontananza che uno prova non è legata solo a proprie caratteristiche di personalità o ai propri "difetti". Nemmeno i propri pensieri o le proprie emozioni possono esserlo.

Anche gli alcolisti, quando perdono tutto, nelle costellazioni famigliari si vede che alle volte lo fanno per una persona della propria famiglia (un fratellino non nato?) o - cosa ancora più strana - per qualcuno della famiglia del partner.

L'unica cosa che vale in un rapporto d'amore è la volontà di non sbagliare come prima, di affrontare assieme le difficoltà, di ricominciare da capo con la voglia di tentare altre strade mai tentate prima (una terapia, un cambio di abitiudini, un dialogo aperto e franco). Solo alla fine, dopo aver tentato tutto, ci si può arrendere.

E si può solo farlo in due - uno non basta.

Quando uno se ne va, è la coppia che perde, non il singolo. Entrambi perdono, non il singolo.

Spesso invece c'è la sensazione che lui/lei è nel giusto, che è migliore. E spesso questa è la persona che chiude la porta. Se ne va, e non si può dire niente. Ci si può solo colpevolizzare. E il dolore di non poterci più parlare può fare molto male.

Forse, l'unica via di uscita è pensare che chi se ne va non è così buono come si pensa, e che se ne va perchè il copione della storia d'amore che ha nella testa imponeva che qualcuno lo/la deludesse per poter trarre le conclusione che confermano il copione di vita - che così si autoconferma.

L'unica maniera di essere onesti nella coppia è mettersi sullo stesso piano e ricnoscere come si contribuisce a mantenere questa sofferenza che non è solo dell'altro, ma della coppia.

E alle volte nemmeno questo basta.

E bisogna saperlo reggere.

A coloro che sono in quest'ultima situazione dedico la frase di Oscar Wilde: "Nulla è più reale del nulla" e l'insegnamento dei dialoghi di Platone: preparati a morire.

Alessandro D'Orlando