martedì 29 giugno 2010

Un articolo sulle arti marziali

Perché ho scelto di praticare Aikido…

Mi piace scrivere e mi è stato anche chiesto di scrivere qualcosa sull’Aikido dal Maestro, per il sito dell’associazione, ma non sapevo davvero cosa dire di preciso.

Parlare di Aikido è per me come parlare di un percorso di illuminazione, inteso come percorso di liberazione dall’Ego e dai suoi limiti: è quindi con estremo rispetto che cercavo la strada giusta per approcciare l’argomento senza rischiare troppo di cadere nella superficialità o nella supponenza, anche in ragione del mio limitato periodo di pratica (1 anno appena finito).

Charles Tart, nel suo libro Psicologie Transpersonali, parla delle arti marziali come una forma di psicoterapia; Ken Wilber, definito da molti come l’Einstein degli studi sulla coscienza, parla invece di Spettro della coscienza, per cui ad ogni livello della coscienza sono propri alcuni approccia ma non altri: le arti marziali lavorerebbero su piani alti della coscienza, dove le parole non bastano più, dove il pensiero diventa insufficiente e così la cultura, con i suoi limitati modi di vedere il mondo. Accade così anche per lo Yoga, e per altre pratiche meditative, dove l’uso del corpo e del respiro è requisito imprescindibile per il lavoro sugli stati di coscienza, soprattutto per i livelli più avanzati: come usare poi il corpo, se con le tecniche marziali o quelle mistiche (come l’esicasmo o preghiera del cuore) è anche una scelta legata al carattere: rimando qui agli studi di Claudio Naranjo ed al suo libro “La via del silenzio e delle parole”, ed. Astrolabio, in cui ad ogni enneatipo (Tipo caratteriale in uno schema a nove punti o enneagramma, in cui a ogni punto corrisponde un tipo – detto enneatipo appunto -) corrisponde una via spirituale specifica: per alcuni, dove il tema della rabbia è più forte, le arti marziali sono importanti (ad es. per i tipi 8).
Per lavorare il carattere Naranjo pone come centrale la meditazione Vipassana o l’osservazione silenziosa del respiro, dei pensieri, delle emozioni, del corpo e personalmente ritengo che più tecniche si usano per lavorare su di sé meglio è: partendo dalla psicoterapia e dai suoi punti di vista sul mondo, per passare alle tecniche della Programmazione Neurolinguistica e similari, per ascendere poi all’esicasmo o tecniche mistiche in genere, a quelle dello Yoga, alle arti marziali – intese non come una triviale e semplice applicazione tecnica di movimenti naturalmente.

Hermann Hesse diceva a proposito di quest’ultima affermazione che non esiste nessuna religione che non possa essere praticata come la più stupida delle superstizioni… non la psicoterapia, non lo Yoga, né qualche via mistica di qualche gruppo spirituale, né le arti marziali stesse naturalmente, per cui alla fine a testimoniare del proprio lavoro personale è il livello di equilibrio personale raggiunto con la pratica.

Detto questo, ho potuto quindi accettare di scrivere un articolo sull’Aikido perché ho deciso che avrei parlato semplicemente di me e del mio rapporto con l’Aikido lasciando poi alle persone che mi conoscono il giudizio sulla coerenza o meno rispetto a quello che qui vado dicendo.
Ho scelto l’Aikido perché volevo lavorare sull’aggressività, la rabbia che sento dentro quando le cose non vanno come vorrei, quando non sono come dovrebbero essere secondo me: quando pratico, il Maestro mi scopre sempre dicendomi “Ecco il lupo!”.
10 anni fa smisi mio malgrado di praticare sport da combattimento: amavo l’adrenalina e il senso di forza che la competizione mi dava. Poi sono passato al Tai Chi, poi allo Yoga, al Rebirthing, allo studio di tecniche simili all’esicasmo, e per anni ho pensato a fare Aikido, che mi era stato presentato come una delle ultime discipline con ancora elementi capaci di lavorare anche sul piano spirituale.

Un saggio disse una volta che l’Ego si nutre di conflitto: in effetti ero stanco della rigidità del mio, di Ego, del mio bisogno di competere, di sentirmi forte, di vincere: ore e ore passate a affinare tecniche per sentirmi forte, ma per chi? Per che cosa?
Alla fine il mio nemico principale non sarebbe mai stato l’avversario su un ring, o il passante della strada che forse mi avrebbe minacciato: il nemico vero per me ero io che invece di crescere e espandere la mia capacità di percepire e muovermi con grazia nel mondo mi indurivo nel corpo e nell’anima.

L’Aikido era quindi la mia via per andare a recuperare quella grazia e quella elasticità che mi sono accorto che mi mancavano nella vita di tutti i giorni: stare davanti all’energia della rabbia e dell’aggressività senza inutili urli, senza inutili movimenti, senza inutili agitazioni, senza intenzioni malevole verso l’avversario (che infatti viene definito compagni di pratica), è una forma elevata di meditazione .
Freud diceva che Sesso e Aggressività sono le forze più potenti in un essere umano e la loro giustificazione come la loro repressione per Krishnamurti distruggono: ciò che quindi ci permette di gestire queste energie è importante, fondamentale per una buona qualità di vita individuale e sociale.
Nell’Aikido è possibile lavorare appunto sulla rabbia perché c’è il contatto fisico e l’azione, ma lo studio dei movimenti è accompagnato da un attento studio dell’atteggiamento: perfetto per chi come me ha scelto di lavorare sulla mente e sull’anima ogni giorno per vincere la natura inferiore che costantemente preme per emergere libera e incontrollata.

Omraam Mikhaël Aïvanhov diceva che il male è più forte del bene per cui è inutile combatterlo: bisogna usarlo per il bene, come l’innesto usa il vigore del portainnesto per dare quei frutti e quei fiori che si desiderano. L’Aikido per me ha la stessa azione: parte dalla natura grezza per ottenere qualcosa di più raffinato.
Nella pratica si può puntare a fare molto male, ma non è importante questo come dal punto di vista spirituale vita e morte non sono che stati diversi dello stesso elemento, la coscienza. Come diceva il prof. Suzuki nel suo libretto sullo zen e l’arte della spada, la lotta diventa una espressione impersonale, non frutto dell’odio o della rabbia; anzi meglio, diventa una espressione trans-personale, in cui energie diverse si incontrano: perde chi perde per primo il contatto con questo gioco di energie. In termini psicologici mi verrebbe da dire che perde chi per primo si fa vincere dalla paura.
Gerald Jampolsky – ma potrei citare molti altri filosofi - diceva che nella vita ci sono due forze: quelle della paura e quella dell’amore. Dove c’è una non c’è l’altra, o meglio, nella misura in cui non c’è una non c’è l’altra. Spesso usiamo la rabbia quando abbiamo paura: l’Aikido è quindi anche un modo per imparare ad andare oltre la rabbia, e poi ancora oltre, oltre la paura che la alimenta, e poi ancora oltre…

La migliore definizione dell’amore che abbia mai letto è quella di Krishnamurti: diceva che l’amore è attenzione. Più attenzione hai per qualcosa o per qualcuno più questo esprime e genera amore… In effetti, Aikido è anche estrema attenzione - e lo bene quando un severo richiamo mi ricorda che devo stare in quello che sto facendo e non viaggiare con la testa…

Ecco quindi perché pratico Aikido: per andare oltre, oltre me stesso, oltre la mia rabbia, oltre la mia paura, oltre la mia mancanza di attenzione per il mondo: il resto – avversari e tecniche -, sono importanti stampelle per accedere a porte che altrimenti ora non saprei come aprire…
Ad un convegno di politica e spiritualità una donna disse che nel Corano la famigerata guerra santa dei musulmani era in realtà la guerra contro la propria natura inferiore – rabbiosa e spaventata aggiungerei io: credo che sia una bella immagine con cui terminare questo articolo. Credo che anche quando andremo in cielo il Signore non ci chiederà quanti avversari abbiamo sconfitto, se abbiamo o meno la cintura nera, se abbiamo ottenuto una tecnica superiore o no, ma ci chiederà quanto abbiamo saputo vivere senza paura…

Alessandro D’Orlando
Psicologo, psicoterapeuta

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