giovedì 18 febbraio 2010

Gettando via qualcosa....

Alle volte mi capita di gettarmi qualcosa alle spalle, qualcosa che lungo tempo mi ha tormentato.

Gettandolo ho la sensazione di aver chiuso un ciclo di vita, di aver perso qualcosa di prezioso che non tornerà, e di essermi separato ancora di più dalla bellezza dell'innocenza e dalla freschezza dei 20 anni.

Gettandolo ho la sensazione di essere diventato ancora più vecchio, rigido e cinico.
Solo per il fatto di non avere più quelle illusioni che avevo sempre avuto su ciò che alla fine si riduce a un mucchio di spazzatura nelle mie mani.

Gettandolo, ho la sensazione di essere lanciato verso un futuro ignoto e sconosciuto, completamente vuoto di illusioni e aspettative, morte come sono quelle che avevo nutrito fino a quel momento.

Gettandolo mi ritrovo faccia a faccia con un presente senza futuro, ma anche senza il passato oramai semplice custode di ciò che era e anche di spazzatura.

In questo presente il tempo si dilata, diventa spazio nell'anima e mi sento come un grande albero, dalle radici alla chioma nel vento.

Uguale a sè stesso e maestoso, giorno dopo giorno, anno dopo anno, placido e solido, fino alla fine.

Dove non c'è tempo, l'anima si può manifestare. Sono sprazzi che poi scompaiono ancora tra i flutti del passato e del futuro, ma sono sprazzi che danno l'idea di cos'è la propria grandezza come esseri umani: la grandezza del dire di sì a tutto.

Alla fine delle illusioni, all'ignoto del futuro, al passato e ai suoi invincibili sigilli.

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martedì 16 febbraio 2010

La solitudine della creatività

C'è un punto in noi dove nasce la creatività, il nostro modo personale di pensare e di vivere.

Lì siamo da soli, senza nessun sentiero e senza nessuna guida.

Lì ci sono le strade da percorrere, le cose in cui credere e le ultime conseguenze del modo di essere che scegliamo.

E' come una strada nel mezzo di una valle coperta di neve mai calpestata, mentre ancora nevica.

Vive chi esce dalla calda capanna e va nella neve per il proprio sconosciuto sentiero.

Chi resta nella capanna presto diventa una cosa, una cosa tra le cose della capanna, tra le legna e le lenzuola e i piatti.

Meglio rischiare il freddo fuori che quello dentro.

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lunedì 15 febbraio 2010

E' normale drogarsi - 2^ parte

In seguito ad un paio di commenti e a una defezione tra i fan dell'Associazione su Facebook concomitante a questo articolo, volevo semplicemente specificare che l'articolo di cui nel titolo, era esattamente rivolto alla inutilità e alla dannosità del drogarsi, non era un incitamento a farlo.

Credevo fosse superfluo ma la comunicazione richiede feedback costante, grazie quindi a chi mi ha dato le proprie impressioni.

Per il resto, continuo a pensare che la respirazione, la meditazione e gli stati di trance collegati, sono la droga migliore per chi vuole accedere in sicurezza a stati transpersonali.

Buona pratica a tutti

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domenica 14 febbraio 2010

Le cose e la depressione

Nei periodi in cui mi è capitato di scoprimi depresso, mi sono accorto anche che ero diventato materialista.

Mi piacevano gli oggetti e immaginavo come sarebbe stata la mia vita avendo quella macchina, quel televisore, indossando quel vestito, andando in quel posto...

Poi avendo quella macchina, godendo di quell'oggetto, della sua bellezza, della sua tecnologia, della sua utilità dimenticavo le persone. Avevo la sensazione di essere finalmente autosufficiente, di poter stare bene anche da solo in mezzo a un mare di cose... belle, utili, tecnologiche, intriganti...

Guardandomi in giro mi sono chiesto poi se per caso non è la società nel complesso ad essere depressa. Forse ci siamo persi in una stanza piena di giocattoli scambiandola per il mondo, sostituendo le persone con le cose, o peggio ancora scambiando le persone per giocattoli, rompendole o gettandole con l'illusione che sono comunque riparabili e sostituibili, continando nel frattempo a guardare distratti e affascinati la nostra nuova tv, il nostro nuovo navigatore, il nostro nuovo vestito...

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venerdì 12 febbraio 2010

Paesi sulla via della povertà e paesi sulla via dell'inferno

Non sono mai stato nei paesi del terzo mondo ma Madre Teresa dice che la loro miseria è meno grave della nostra. Dice che da noi la gente ha fame d'amore, e che questa fame è peggio di quella di cibo. Altri che hanno fatto volontariato dicono che hanno ricevuto molto stando in quei paesi e aiutando i poveri, e per poco che tu riesca a fare, le persone ti sono molto riconoscenti.

Poi vedo alla nostra miseria: non ci guardiamo, non ci tocchiamo, ci temiamo, viviamo nella paura che possa accadere qualcosa di terribile andando in auto, ricevendo la posta, viaggiando in treno, in aereo o in metropolitana.

Se qualcuno prova a cambiare qualcosa nella medicina, nell'economia o altrove non è la riconoscenza che riceve ma sabotaggi e calunnie.

Coloro che spargono virus nel corpo, nelle menti e nei cuori vengono invece sostenuti con denaro, acclamazioni, tributi. Forse come società non siamo proprio una società morta, nemmeno agonizzante... siamo già nell'inferno. Dentro.

Solo un salto di coscienza può distruggere questa cappa di illusioni, e dobbiamo farlo tutti assieme. Con la coscienza e con i cuori.
Respirando, meditando, stando nella positività... ognuno a modo suo.

Tutti assieme...

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giovedì 4 febbraio 2010

Il prezzo per saper condividere

Un essere umano cerca sempre qualcuno che lo sappia ascoltare.

Qualcuno che cammini per le sue strade, o che ci abbia camminato.

Quando mi chiedo del perchè mi ritrovo a vivere in certi posti, forse la risposta non sta in me, o non solo, ma anche in chi potrebbe avere bisogno di me.

Lo pensano anche tanti viaggiatori dello spirito, lo penso anche io... è la vecchia storia della compassione - del prendere su di sè una croce anche per gli altri.

Quella forza per cui ringrazio sempre qualcuno che mi racconta storie dolorose: scopriamo che non siamo soli, che io non lo sono, che lui non lo è, e questo contatto umano trasfigura lo stesso dolore.

Non è nemmeno più importante cambiarlo: è strano... è umano... miracolosamente umano... Per un attimo miracoloso...

Grazie oggi alla sconosciuta che oggi in un ufficio mi ha raccontato in due parole la sua storia... senza drammmi, senza orpelli, essenziale... grazie...

mercoledì 3 febbraio 2010

La claustrofobia dell'amore

In chi ha avuto madri depresse, è facile cadere nell'angoscia quando una persona si avvicina con amore.

Quell'amore diventa pericoloso, un posto dove saranno rinnovate continue richieste di attenzione, di affetto, di vicinanza a cui non seguirà mai un senso di sazientà, ma solo un rinnovato lamento, un messaggio come "non è abbastanza", un richiedere sempre più affetto, amore, vicinanza...

Quell'amore diventa un buco nero, un Dio della distruzione a cui sacrificare quanto più possibile ciò che si ha di prezioso per evitare che sparisca anche quel pò di amore. In fondo, quel Buco Nero rappresenta sempre una figura senza la quale un bambino o una bambina sentono di non poter più vivere.

Poi crescendo il discorso cambia: a quel punto quel bambino o quella bambina diventano sempre più bravi e buoni, fingono di essere quell'abbondanza che le madri vorrebbero avere vicino; fingono di non aver più bisogno di lei e va bene così: fingono che non hanno più bisogno di qualcuno perchè loro sono perfettamente autosufficienti; oppure fingono di essere quegli esseri malvagi che non hanno saputo salvare la madre dal proprio dolore.

E ad un certo punto una donna arriva e chiede amore: e così scatta l'antica paura, viene voglia di ferirla per allontanarla, prima che possa chiedere, prima che possa legare, prima che possa indurre al bisogno.

Ci si sente salvi dal Buco Nero fuori.

Non ci è accorti che uno grande dentro è cresciuto ancora di più...

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Perche' credi ai complotti, perche' non credi ai complotti

Non credi ai complotti perché ti piace vivere sereno, pensare che andrà tutto bene, che continuerai ad avere lo stesso stile di vita o forse...